Mobilità, infrastrutture, ambiente: la transizione giusta per la sostenibilità

Intervento su mozioni Politica ambientale

15 Marzo 2007

XV Legislatura

Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 125

DONATI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, colleghe e colleghi, credo sia fuori discussione che negli ultimi mesi, nell’ultimo anno, l’allarme ambientale, in particolare sul clima, è tornato prepotentemente nel dibattito, anche politico. Naturalmente per noi ambientaliste è un problema molto noto, con anche molte incertezze e molte scelte che sono state fatte in passato che hanno dato anche risultati apprezzabili.

Ma resta una questione di fondo sulla crescita e sullo sviluppo economico che è insostenibile su scala planetaria. II problema essenziale che abbiamo di fronte, come Paese occidentale, come Paese sviluppato, come Paese del Nord del mondo, è proprio questo: il nostro modello di sviluppo, che noi difendiamo e che vogliamo migliore e più esteso, ha in sé i germi del fallimento su scala planetaria; non è estensibile a tutti, altrimenti arriveremmo rapidissimamente, molto più rapidamente di quello che immaginiamo, al collasso. Questo è un problema assolutamente ineludibile di democrazia, di giustizia e di equità sul pianeta. Anche oggi, in quest’Aula, molti hanno giustamente concentrato i loro interventi sugli aspetti scientifici volti a capire se quello del clima sia un allarme fondato o meno.

Sicuramente il problema di misurare in tempi brevi fenomeni invece epocali è sicuramente piuttosto complesso. Voglio però ricordare che sul tema ci sono ormai numeri, tendenze e studi riconosciuti, in modo direi universale dal mondo scientifico, pur naturalmente con qualche eccezione, di cui il rapporto dell’IPCC, presentato a Parigi nel febbraio 2006, è sicuramente un autorevole riconoscimento e ci esorta a compiere molte azioni per cambiare rotta e a farlo anche in fretta, perché gli effetti a cascata di queste misure sono indispensabili.

Voglio anche ricordare che quello ambientale non è solo un problema di benessere per noi cittadini del mondo occidentale, ma è un problema di sopravvivenza per molte parti del pianeta. Voglio ricordare che ben 2 miliardi di cittadini del mondo sono esposti a desertificazione ed aridità, cioè a fenomeni di degrado del territorio tali da minacciare la loro stessa sopravvivenza e il loro diritto di sussistenza.

Questo è anche il problema ambientale. Allo stesso modo, certo, lo riconosciamo ed è indiscutibile, i consumi crescenti, che generano certamente benessere, lo fanno però in modo altamente diseguale nelle diverse parti del pianeta. L’80 per cento della popolazione accede al 20 per cento delle risorse, mentre noi siamo dentro quel 20 per cento che consuma l’80 per cento delle risorse di tutto il pianeta.

Voglio usare un fatto di cronaca, sicuramente positivo, la liberazione dei due lavoratori dell’ENI che erano stati rapiti nel Delta del Niger, per fare una riflessione un po’ più approfondita insieme a voi, proprio oggi che questa buona notizia è arrivata e ne siamo tutti contenti. Credo che tutti siamo rimasti colpiti, se non altro, dalle immagini televisive che facevano vedere queste piattaforme petrolifere sul Delta del Niger, questo straordinario ecosistema, con accanto dei villaggi di popolazioni residenti, alla fame, senza lavoro, senza sanità, senza scuola.

Credo allora che al Governo vada anche chiesta un’azione, perché, ovviamente insieme allo sviluppo industriale e al recupero di risorse, sicuramente utili al mondo occidentale, vi siano anche degli obblighi di occupazione, di servizi, di dialogo con le popolazioni locali che non possono essere semplicemente rapinate in nome di un diritto internazionale.

C’è anche un altro aspetto che voglio ricordare, è un tema molto delicato ma lo voglio affrontare ugualmente, quello della crescita della popolazione. Noi oggi siamo 6 miliardi, nel 1960 eravamo 3 miliardi, gli studiosi dicono che nel 2050, fatte salve tendenze che naturalmente possono essere corrette in ogni direzione (sono dati tendenziali), saremo 9 miliardi.

È evidente che la crescita della popolazione, dovuta sicuramente anche al benessere, alla consapevolezza, al progresso scientifico, che tutti naturalmente apprezziamo, ha però dei limiti di capacità di carico di questo pianeta che non possiamo eludere e sui quali dobbiamo riflettere. Naturalmente, le scelte individuali vanno sempre promosse e rispettate ma un ragionamento collettivo su quanto è in grado di sopportare il pianeta in termini di capacità di carico le future generazioni saranno costrette sicuramente a farlo.

Ho ritenuto (perdonatemi, ma ci tengo molto; in questa Aula parlo spesso solo di infrastrutture, ma a volte ho voglia anche di andare oltre) di inquadrare il dibattito parlamentare odierno nel suo contesto globale, proprio perché dobbiamo aver presente che le cose di cui stiamo dibattendo, che richiedono azioni qui, nel nostro Paese, anche molto precise, molto settoriali e puntuali, si inquadrano in tale cornice internazionale, hanno questa complessità scientifica, hanno forti interrelazioni con le diverse azioni che accadono nelle diverse parti del mondo, hanno la necessità di tante azioni globali, perché non bastano naturalmente gli impegni, le carte e le parole, e soprattutto, hanno una straordinaria urgenza.

Nel 1972 il MIT lanciò un allarme sui limiti dello sviluppo e indicò una preoccupante prospettiva di collasso se avessimo continuato a crescere nello stesso modo. Trent’anni dopo, nel 2002, un altro rapporto del MIT rileva che la situazione si è notevolmente aggravata, ma che sicuramente ci sono anche dei segnali interessanti di attenzione e di azione, la consapevolezza internazionale, il Protocollo di Kyoto, le politiche che la Commissione europea sta promuovendo. In diverse parti del mondo, cioè, si cerca di porre rimedio, di ristabilire un riequilibrio e di dare soluzioni ai problemi. La tendenza, però, purtroppo, segue ancora la direzione sbagliata. Servono quindi azioni e politiche globali ed interventi locali che naturalmente stiano in equilibrio tra loro.

Vorrei citare l’esempio dei biocarburanti. Dal dibattito scientifico, molto raffinato, emerge che il petrolio si esaurirà nei prossimi 40, 50, 60 anni; la prospettiva è comunque estremamente breve rispetto alla storia del pianeta. Si è pertanto alla ricerca di combustibili alternativi. I biocarburanti sicuramente possono e devono costituire una delle soluzioni – ed il Governo è impegnato anche in questa direzione – senza sognare né ritenere che quelli possano essere «la» soluzione del problema. Infatti, se riducessimo l’agricoltura tutta al servizio, per esempio, del trasporto e della mobilità, avremmo seri problemi alimentari, andremmo incontro ad una perdita di biodiversità e di colture locali.

Pertanto, nell’affrontare le questioni ambientali dobbiamo sempre tenere bene in mente i diversi fattori e tenerli in equilibrio tra di loro. Una quota di carburanti deriverà sicuramente da produzioni vegetali, ma queste certamente non potranno sostituire interamente il complesso del petrolio, altrimenti si devasterà quella parte di agricoltura che è al servizio dell’alimentazione e della biodiversità sul pianeta.

Un altro caso molto semplice è rappresentato dall’allarme clima. Non c’è dubbio che questo viene in parte invocato – ad esempio dall’industria nucleare – come il problema fondamentale a cui solo il rilancio di tale fonte energetica (non prevedendo la combustione) può porre soluzione. È chiaro che non è possibile assumere solo uno dei parametri in campo; penso, ad esempio, alle scorie nucleari che si conservano per 16.000 anni. Credo, quindi, che nessun cittadino responsabile possa adottare il nucleare come soluzione, problema ampiamente irrisolto.

Ho fatto questo esempio per dire che siamo consapevoli che l’allarme clima in qualche modo trascina con sé una serie di questioni. Naturalmente noi siamo contrari al rilancio dell’energia nucleare, ma le sfide vanno accettate e lo stesso nucleare non rappresenta una soluzione ai problemi che abbiamo davanti perché comporta la considerazione di molti altri parametri estremamente negativi.

EUFEMI (UDC). Ecco la contraddizione tra il catastrofismo e il nucleare.

DONATI (IU-Verdi-Com). Sono molto contenta di suscitare una reazione in un’Aula sostanzialmente addormentata.

PRESIDENTE. Lei è contenta, ma la Presidenza no; abbiamo ruoli diversi.

DONATI (IU-Verdi-Com). Certamente; però, signor Presidente, se permette, sto svolgendo un tema attraverso delle argomentazioni.

PRESIDENTE. Non discuto questo, per carità.

DONATI (IU-Verdi-Com). Altra questione è rappresentata dalla consapevolezza dei cittadini. Si pongono delle sfide complesse e difficili. Ho cercato di dare l’idea della complessità perché nessuno deve presentarsi a nessuno dicendo che ci sono ricette facili. Esistono due componenti essenziali, oltre alle istituzioni ed ai governi, che devono avere un ruolo attivo in queste azioni. Innanzitutto, una di queste componenti è rappresentata sicuramente dai cittadini.

Naturalmente vogliamo una «via democratica all’ecologia» fondata sulla consapevolezza, la partecipazione, le richieste, le pressioni. Quindi, il fatto di coinvolgere e rendere responsabili i cittadini che devono mutare i comportamenti, che devono essere d’accordo sulle scelte che li riguardano è una condizione essenziale di successo.

Ancora, per la stessa sfida attore fondamentale è il mondo economico e industriale: i Governi possono premere, i cittadini possono pretendere, le istituzioni mondiali possono scrivere, ma se il mondo industriale non accetta questa sfida credo che essa sarà persa in partenza. Certo, in Italia ci sono ancora tendenze e contrasti all’interno del mondo industriale, in cui questa sfida, probabilmente proprio negli ultimi anni, è stata compresa nella sua complessità ma non pienamente accettata.

Dentro Confindustria c’è chi parla di innovazione, di infrastrutture materiali, di biodiversità, di risparmio, di energie rinnovabili, di demolizione e ricostruzione, di risparmio del territorio, cioè con parole, linguaggi e idee innovative che guardano al futuro. C’è però anche chi parla ancora di difendere il CIP6 (un sistema di incentivi sul quale tornerò), di carbone, di nucleare, di grandi opere autostradali e difende senza troppe sottigliezze il decreto n. 152 del 2006 che ci ha fatto fare purtroppo passi indietro sulle politiche ambientali.

Noi ci auguriamo, naturalmente, e vogliamo – tanto che abbiamo sempre tenuto aperto un dialogo con il mondo economico e industriale – aprire insieme quel confronto di merito e credibile per fare tutti dei passi in avanti, vedendo in questa materia un fattore di competizione, ma anche di equità e di giustizia sociale.

Voglio tornare alle sfide che attendono questo Governo, che sicuramente ha compiuto passi in avanti, anche se a mio giudizio troppo timidi, tanto che sono qui a chiederne di più. Vorrei però anche fare una riflessione sulle politiche dell’ambiente del centro-destra.

Non voglio assolutamente negare – nel corso del dibattito di questa mattina ciò è emerso in diversi interventi – che all’interno del centro-destra vi siano persone, come l’ex ministro dell’ambiente Matteoli, che certamente hanno accumulato esperienze e idee e che si occupano di ambiente. Nella sua totalità, però, il centro-destra in Italia – diversamente da altri Paesi europei – non ha accettato la sfida ambientale. Naturalmente, non è la sola sfida, ma – come ho cercato di spiegare prima – è fortemente interdipendente con i temi della giustizia, dell’economia, della tutela del nostro straordinario patrimonio. La cosa che colpisce nel centro-destra italiano è che, diversamente da altri Paesi europei dove pure ha governato e governa il centro‑destra, la sfida ambientale non è stata assunta con quella forza e con quella capacità di iniziativa che è logico aspettarsi da forze politiche di massa come quelle presenti all’interno di quest’Aula. Dico questo perché in questo modo ci perdiamo tutti: non è soltanto un problema di destra o di sinistra.

Vengo subito a dire che anche il centro‑sinistra ha delle arretratezze e delle debolezze estreme, presenti anche all’interno del nostro programma, che pur contiene una forte valenza ambientale, in cui i concetti di sostenibilità sono chiaramente indicati e che è stato adottato da una coalizione di cui i Verdi fanno parte. Non c’è dubbio però che quando parliamo di crescita, di espansione edilizia, di grandi opere, di progetti che investono direttamente i territori, ci sono ancora molte timidezze nell’assumere in pieno la sfida ambientale.

Naturalmente, siamo qui per fare passi in avanti, insieme alla nostra coalizione, ma chiediamo molto di più di quello che già è stato fatto – e nella nostra mozione lo abbiamo elencato – in materia di risorse, di fondi, di investimenti nel campo della sostenibilità. Ripeto: c’è certamente una netta, chiara inversione di tendenza, certi temi sono tornati nell’agenda politica quando negli anni precedenti erano sostanzialmente scomparsi, ma si deve e si può fare molto di più.

Desidero fare una piccola osservazione sulla vicenda del CIP6, sul quale da molti mesi in quest’Aula, ma anche fuori di essa, stiamo dibattendo. La cosa che colpisce è che dal livello europeo, anche dal Parlamento europeo, vengono indicazioni molto chiare sulla possibile destinazione del sistema di incentivi, e non vi rientrano gli inceneritori, ai quali invece l’interpretazione italiana della norma ha acconsentito.

La cosa che colpisce ancora di più, però, è che, quando si parla di progetti come gli inceneritori (accade spesso anche per le grandi opere), uno degli argomenti fondanti che vengono invocati è che l’inceneritore rende, si paga da sé (a parte la cogenerazione), ma anche sul piano economico è un progetto che regge ampiamente sul mercato, quindi perché non farlo? Anzi, dobbiamo destinare almeno una quota in quella direzione.

Quello che invece si scopre guardando all’ordine di grandezza degli incentivi (mi sembra di aver letto su «Il Sole 24 Ore» che gli incentivi ammontano a 3 miliardi) è che paradossalmente sosteniamo un sistema che secondo Bruxelles non dovremmo sostenere: quindi non stiamo contestando gli inceneritori (quello lo si fa mentre facciamo le politiche energetiche e le politiche dei rifiuti), ma stiamo contestando un sistema di incentivi che dovrebbe essere attribuito a fonti rinnovabili.

Un altro tema è quello della raccolta differenziata: nei Comuni in cui si fa, ci viene detto che la difficoltà ad espanderla sta nel fatto che costa troppo, perché ovviamente ha una serie di costi di gestione assolutamente elevati. Quello che chiediamo è di riconvertire il sistema di incentivi da un sistema che non può assorbire tutte le risorse ad un sistema che invece favorisca il recupero, il riuso e le energie rinnovabili.

Ritornando sul tema del CIP6, la richiesta che noi facciamo al Governo è questa (naturalmente c’è un disegno di legge all’attenzione della Commissione ambiente che poi sarà discusso in quest’Aula): noi chiediamo a tutti un grande impegno per superare questa situazione ed andare nella giusta direzione, anche ieri sono stati presi da parte dell’Unione degli impegni e noi saremo qui a fare in modo che questi impegni vengano rispettati.

Ancora, avviandomi alla conclusione, vorrei chiedere al Governo di fare dei salti di qualità, o comunque di mettere in campo alcune idee, su alcuni temi fondamentali. Naturalmente, non posso non spendere qualche minuto sul tema dei trasporti. Sono già stati forniti molti dati: il 25 per cento di CO2 in Italia viene dal settore trasporti, il 90 per cento dal trasporto su strada, e quindi una coerente politica d’attuazione del Protocollo di Kyoto, una coerente attuazione degli impegni che sono stati assunti anche in sede europea (Bruxelles proprio la scorsa settimana ha assunto impegni attivi in ordine alla riduzione al 2020 del 20 per cento di CO2, sono sfide di straordinaria complessità e difficoltà) richiedono delle azioni e delle misure molto concreti per intervenire.

Voglio porre tre questioni in particolare: un’attenzione fortissima alle città e ai pendolari, una forte innovazione del servizio, una revisione – com’è scritto nel programma dell’Unione – della legge obiettivo, almeno per tutta quella parte in cui prevede per il 60 per cento come infrastrutture nuove autostrade, che non farebbero altro che aumentare traffico e quindi CO2, emissioni e congestione.

Signor Presidente, noi Verdi siamo consapevoli di avere davanti sfide difficili e complesse, in cui tutti i soggetti devono fare in modo dialogante, a volte anche sicuramente polemico, la loro parte. Bruxelles ci chiama – ed il Governo italiano ha avuto in questo un ruolo molto importante e positivo – a sfide ulteriori e rilevanti: quello che chiediamo al Governo è di essere all’altezza di queste sfide. (Applausi dal Gruppo IU-Verdi-Com).

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